FABIO MOSCATELLI, IL FOTOGRAFO DEGLI “ULTIMI”

FABIO MOSCATELLI, IL FOTOGRAFO DEGLI “ULTIMI”
Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate” (Diane Arbus, fotografa).

Questa frase sembra molto utile per descrivere il lavoro del fotografo romano Fabio Moscatelli: le sue immagini cercano di mostrare realtà che di solito rimangono nascoste, come lui stesso spiega, il suo scopo è “far emergere quelle situazioni in cui quasi nessuno tiene l’occhio”. È per questo che qualcuno lo ha chiamato “il fotografo degli ultimi”.

Uno dei suoi ultimi lavori è Sleep of No Dreaming, un reportage su un tema delicato come quello dello stato vegetativo. Le immagini sono state scattate nella struttura sanitaria Casa Iride, a Roma. È il primo e unico modello di residenza sanitaria basato sulla comunità in Europa. Tra i soggetti ritratti si trovano raramente primi piani dei pazienti. Ciononostante l’atmosfera che si vive nel centro è trasmessa efficacemente da un linguaggio concettuale pieno di dettagli simbolici, come un riflesso nella finestra o dei fiori nella stanza. Questo è uno dei punti forti: riuscire a rappresentare una situazione dolorosa evitando pietismo e rappresentazioni crude dei soggetti. Come stile cromatico, i colori vivi, “Casa Iride è una realtà colorata, paradossalmente piena di vita”, come lo stesso nome indica, multicolore.

Quest’esperienza costituisce la seconda situazione in cui Moscatelli si è trovato in difficoltà ad avere la fotocamera in mano, come lui stesso ammette, è stato “catapultato in una realtà” di cui conosceva ben poco. L’altra occasione in cui ha dubitato è stato il reportage sulla Palestina: “Mi trovavo al checkpoint di Betlemme, era l’alba, gente in fila per andare al lavoro… Ho visto in qualche modo calpestata la dignità umana in quel frangente, di fronte a me avevo quasi dei polli nelle stie. Questo mi ha fatto male”. Infatti, per massimizzare questo ambiente, al contrario di come accade con Casa Iride, ha scelto uno stile cromatico in bianco e nero.

Un lavoro particolarmente suggestivo è Arriving somewhere… Not here (‘Arrivando da qualche parte… Non qui’). Come racconta il fotografo, il progetto era iniziato per raccontare la “sindrome Italia”, una grave forma di depressione tra i bambini, soprattutto dell’Europa dell’Est, lasciati dalla madre che va a lavorare all’estero. Poi con il tempo è diventato un modo di “raccontare l’immigrazione dagli occhi di un bambino”, Andrei, di dieci anni. Il bambino riesce a raggiungere la mamma in Italia e comincia così a vivere un forte disagio, che lo colloca in una sorta di limbo, “Il suo corpo è in Italia, il suo spirito è ancora lì, nella sua Romania, perché Andrei è arrivato da qualche parte, ma non qui…”.

L’ultima Fermata