Io in carrozzina nella Galleria d’Arte Moderna, salvato dai pompieri

Disastrosa. Difficile trovare epiteti più efficaci per definire la visita di sabato 30 marzo 2019 da parte del sottoscritto (uomo con disabilità motoria, in sedia a ruote) alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Una visita piena di ostacoli, a tratti mortificante, culminata in un “sequestro di persona” risolto con l’intervento delle forze dell’ordine.

La Galleria di clausura. Ironia della sorte, la Galleria Comunale d’Arte Moderna si trova in un edificio del XVI secolo, che ospitava un monastero di clausura. Il suo ingresso, inaccessibile, si trova in via Francesco Crispi, 24. Impossibilitati a superare la rampa di scale che dalla strada porta all’entrata, seguiamo le indicazioni riportate sul sito web della Galleria e raggiungiamo via Zucchelli, 7, dove a parte un deposito dell’Ama, l’azienda della nettezza urbana della città, non troviamo l’ingresso alla Galleria. Chiediamo lumi al numero 06 4742848, dove un addetto ci conferma che sì, l’ingresso è proprio lì. Dentro al deposito dell’Ama.
In fondo a sinistra, dietro al camioncino dell’Ama, c’è l’ingresso alla Galleria d’Arte Moderna accessibile alle persone con disabilità.

La “porta di servizio”. Entriamo, zigzagando tra buche, pozzanghere e tanti camioncini per il trasporto dell’immondizia e la pulizia delle strade, alcuni dei quali parcheggiati nei posti riservati alle persone con disabilità. In un angolo in fondo al parcheggio, finalmente, scorgiamo una porticina, che l’addetto apre per riceverci.

Scale, tante scale. Una volta entrati nella Galleria Comunale d’Arte Moderna, è il momento di fare i biglietti, ma ci separa dalla biglietteria la prima di una serie di scalinate che troveremo sul nostro percorso. Il personale ci viene incontro e riusciamo a espletare la pratica a distanza. Per completezza di informazione, ricordiamo che, come nel resto dei musei comunali della Capitale, l’ingresso è gratuito per i visitatori disabili e i loro accompagnatori.

Dal piano terra, bisogna spostarsi al primo piano; operazione che svolgiamo facilmente grazie a un capiente ascensore. Cominciamo a visitare le prime sale dove sono esposte le opere, fin quando troviamo una rampa di scale che conduce ad un mezzanino poco più in alto.

Un montascale è la soluzione adottata per superare i quattro gradini.

L’incubo montascale. Tutte le persone in carrozzina sanno di cosa parliamo ed hanno un sussulto quando ne vedono uno. I montascale, quelle piattaforme rumorose e traballanti per il trasporto delle sedie a ruote lungo i corrimano delle scalinate degli edifici pubblici e privati, sono uno degli incubi ricorrenti delle persone con disabilità motoria: il più delle volte stanno lì, fermi da chissà quanto, spesso coperti da un telo per evitare che si impolverino; quando servono a voi non si sa mai chi ha le chiavi per sbloccarli; nessuno ha idea di come si usino; vi assicurano che funzionavano fino al giorno prima e che ora non sanno cosa gli sia preso… Ed effettivamente, anche in questo caso, si ripete il repertorio che ben conosciamo: cerchiamo qualcuno che possa aiutarci a salire la scalinata; una custode chiama l’addetto; i minuti passano; l’addetto compare con la chiave, che infila in tutte le fessure del montascale possibili, nel vano tentativo di avviarlo; tocca bottoni, levette, maniglie; altri minuti passano; io salgo sulla pedana, poi scendo, poi salgo di nuovo, scendo e salgo un’altra volta, tra gli sguardi degli altri visitatori. Alla fine l’addetto ne viene a capo e riesco ad accedere al piano superiore.

Non è chiaro perché per superare questa barriera architettonica (una scalinata piuttosto ampia, di soli quattro gradini) si sia optato per un antieconomico, antiestetico e imprevedibile montascale, anziché per una sobria, efficace e sicura rampa.

Poco dopo aver visitato un paio di sale della Galleria, una nuova scalinata con montascale mi attende. Stavolta l’operazione fila liscia e riesco a scendere la gradinata, nonché a risalirla più tardi.
A questo punto ci viene comunicata l’inquietante notizia: il primo montascale – quello che tanta fatica è costata utilizzare in precedenza – si è nel frattempo rotto. Un’aletta di protezione sembra smontata, non va più né su né giù, e il montascale torna al suo abituale stato di immobilità, più simile ad un’opera del museo che non a uno strumento di pubblica utilità.

“La prigionia” e “l’evasione”. L’addetto riprende a girare chiavi, toccare pulsanti, tirare levette, mentre i minuti – che dal mio ingresso in Galleria sono diventati ore – continuano a passare. Voglio andar via, ma sono di fatto prigioniero della Galleria d’Arte Moderna e del suo montascale rotto. Suggerisco l’unica soluzione percorribile: “E se chiamassimo i Vigili del Fuoco?”. L’addetto preferisce di no, magari riusciamo a cavarcela da soli, così coinvolge un mio amico e un paio di malcapitati visitatori che, dopo aver tentato di sollevare me e la mia carrozzina elettrica, desistono immediatamente. Suggerisce anche soluzioni alternative, come quella di farmi prendere in braccio da qualcuno, mentre qualcun altro avrebbe trasportato giù per le scale la sedia a ruote. “Forse è il caso di chiamare i Vigili del Fuoco”, torno a proporre, ma l’addetto chiama al telefono il servizio di assistenza della ditta che ha installato il montascale, invita ad aspettare, che il tecnico arriverà e risolverà il problema.

Mentre il tempo continua a passare, taglio corto e e chiamo il 112:

“Sono una persona disabile in carrozzina e sono prigioniero nella Galleria d’Arte Moderna di Roma, dove non posso uscire a causa di un montascale rotto”.

“Mandiamo subito una squadra”, rispondono prontamente, ed ecco che dopo un’altra ventina di minuti compaiono i Vigili del Fuoco.

Nel frattempo arriva anche il tecnico della ditta di manutenzione del montascale, per cui decidiamo di dargli una possibilità prima di affrontare la rampa di scale. Niente da fare: dopo avere anche lui girato chiavi, toccato pulsanti e tirato levette, il tecnico dichiara di non essere in grado di risolvere il problema e che sarebbe tornato il lunedì successivo. Ovvero due giorni dopo, nonostante l’etichetta della manutenzione sul montascale assicuri interventi ventiquattr’ore su ventiquattro.

Per fortuna c’è la squadra dei Vigili del Fuoco, che insieme al tecnico issa la mia carrozzina con me sopra, portandomi in salvo al di sotto della scalinata, finalmente libero di uscire dalla porticina che mi conduce al deposito dell’Ama.

Chi ne risponde? Il personale della Galleria, con buona volontà e a tratti con fantasia, non riesce di certo a sopperire al fatto di non essere stato adeguatamente formato per affrontare determinate evenienze. Le responsabilità per l’accoglienza dei visitatori con disabilità sono da attribuire, piuttosto, ad almeno tre attori: all’Amministrazione del Comune di Roma (in particolare alla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali), del cui sistema museale la Galleria d’Arte Moderna fa parte; alla Zètema Progetto Cultura, società a responsabilità limitata che a Roma detiene l’appalto del settore Cultura; alla ditta che si occupa della manutenzione dei dispositivi atti a superare le barriere architettoniche in quell’edificio che, alcuni secoli fa, fu efficacemente costruito per ospitare un monastero di clausura.

Articolo di Manuel Tartaglia
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